Mobbing


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MOBBING

Tratto da

“Orientarsi nel mondo dell’aiuto psicologico”

di Gabriele Lo Iacono,

Psicologo e Psicoterapeuta

 

In ambito lavorativo, oggi si parla più che in passato del fenomeno del mobbing.

Negli anni Ottanta il termine inglese mobbing (che letteralmente significa assalire in massa o affollarsi intorno a qualcuno) è stato scelto dallo psicologo del lavoro Heinz Leymann per descrivere certe situazioni di violenza psicologica sul posto di lavoro. Da allora in poi per mobbing si intende un comportamento lavorativo ostile che può provocare vari disturbi, specialmente Disturbi d’Ansia, fra cui il Disturbo Post-traumatico da Stress, e Depressione anche grave.

Secondo Leymann, il mobbing, o “terrore psicologico sul posto di lavoro”, consiste in messaggi ostili e moralmente scorretti diretti sistematicamente da uno o più individui verso (in genere) un solo individuo, il quale, a causa del perpetuarsi di tali azioni, viene posto e mantenuto in una condizione di impotenza e incapacità di difendersi.

Le azioni di mobbing si verificano molto frequentemente (secondo la definizione statistica almeno una volta alla settimana) e per un lungo periodo di tempo (secondo la definizione statistica per almeno sei mesi). A causa della frequenza elevata e della lunga durata del comportamento ostile, questo maltrattamento produce uno stato di considerevole sofferenza sul piano mentale, psicosomatico e sociale.

Altre definizioni e descrizioni del mobbing fanno riferimento alle valenze sociali, economiche e politiche del fenomeno. Il sociologo Casilli (2000, p. 27), per esempio, sottolinea che lo scopo del mobbing è “sfruttare a fini produttivi e poi eliminare un dipendente, un lavoratore, un collaboratore. Non importa se è qualificato, motivato e competente, oppure se è un “ramo secco” e non è gradito ai colleghi e ai capi […]. La persecuzione psicologica porta al licenziamento volontario (o imposto) della vittima senza clamore da parte di sindacati e giudici di lavoro”.

Le azioni di mobbing possono essere classificate in sei categorie (Casilli, 2000):

1. “mobbing verbale” e umiliazione (per es., insulti, sarcasmo, rimproveri, ecc.); 

2. limitazione della facoltà di espressione della vittima ed eccessi di controllo (per es., impedire di

     parlare, telefonare continuamente, ispezioni, ecc.);

3. discredito, calunnie e “tranelli” (per es., accuse false, pettegolezzi, diffusione di notizie  

      riservate, ecc.);

4. isolamento fisico e professionale (per es., trasferimenti, cambio di mansione, esclusione da

     occasioni di socializzazione, ecc.);

5. interferenze con gli strumenti di lavoro della vittima (per es., sabotaggio, vandalismo,      

     occultamento di notizie essenziali, ecc.);

6. attentati alla salute fisica e psichica della vittima (per es., persecuzioni, minacce, assegnazione a  

     mansioni pericolose, ecc.).

Il mobbing viene detto orizzontale, quando è perpetrato da pari grado, o verticale, quando è perpetrato da un superiore.

 

Bibliografia

- Casilli A. (2000), Stop mobbing. Resistere alla violenza psicologica sul luogo di lavoro,  

       DeriveApprodi, Roma

- Leymann H., The Mobbing Encyclopaedia, http://www.leymann.se.  

 

fonte: Psicologia & editoria

   

 

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Ultimo aggiornamento pagina:   17-05-2010

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