L’ascolto dei figli nelle separazioni coniugali

L’ascolto del bambino non si esaurisce nell’accettazione delle sue verbalizzazioni, ma richiede un’accoglienza del suo dramma interiore e, nei casi più gravi, una comprensione dei suoi sintomi.

Completamente centrati sulla propria problematica, i genitori molto spesso non riescono a proteggere i figli dalla conflittualità e, quel che è peggio, mostrano la propria disperazione su un fallimento che in realtà appartiene a tutta la famiglia. Non c’è posto per un ascolto del dolore del figlio perché questo aggraverebbe i sensi di colpa già in atto e spesso, all’insegna del “tanto non si sono accorti di niente perché per loro non è cambiato niente”, si perpetuano i drammi del non detto, che fanno apparire la situazione irrimediabile.

In realtà, i figli non sono in grado di scegliere consapevolmente il genitore con cui vivere, perché sono chiamati indirettamente al compito straordinario di difendere il più debole senza distruggere il rapporto con l’altro. La rottura dei legami assume nel mondo interno del bambino dimensioni catastrofiche, che non trovano consolazioni quando la conflittualità è così esacerbata da lasciar sospettare il peggio. Alcune volte, per esempio, il bambino può scegliere di rimanere con il genitore che lo angoscia maggiormente, per la paura di possibili ritorsioni ai suoi danni o a quelli degli altri esponenti della famiglia. La scelta del bambino, infatti, comporta importanti ferite narcisistiche per i genitori e il senso di un fallimento che non riguarda solo la coppia ma anche la propria genitorialità. Ultimo baluardo di un progetto andato in pezzi, il figlio è l’unico personaggio che può, agli occhi del genitore, riscattare una parte del fallimento dimostrando anche al mondo chi era il vero responsabile della rottura.

Rivalse coniugali che si intrecciano inesorabilmente con le vicende genitoriali, confondendo anche i piani più elementari con agiti che sembrano a volte incomprensibili dall’esterno. Madri che chiedono ai figli di controllare i messaggini sul telefonino del padre per scoprire eventuali amanti, con il pretesto di un rapporto leale con il proprio figlio. Senza rendersi conto, oltre a tutto quello che è facile immaginare, che lo stanno spingendo al tradimento. Padri che fanno vedere il resoconto bancario per spiegare che è un momento di vera difficoltà economica e che, per farsi accettare, regalano al bambino l’ultimo costosissimo gioco della play alimentando sensi di colpa anche nel momento di svago. Bambini e ragazzi che scoprono la vita segreta di un genitore e che non sanno cosa fare per far capire all’altro che c’è un amante in giro. Vicende, tutte queste, di cui è quasi impossibile parlare, anche con un terapeuta, per il profondo senso di umiliazione che veicolano.

Vergognarsi dei propri genitori significa mettere in discussione le proprie origini, non avere più modelli di identificazione, sentirsi cattivi per aver pensato di non amarli più ma soprattutto significa sentirsi indifesi nei confronti del mondo. Per un bambino è molto più accettabile e meno pericolosa la propria negatività che quella dei genitori che sono le persone cui è affidata la sua sopravvivenza fisica e psichica. Si tratta di un sacrificio di una parte di sé, forse il più potente che conosciamo all’interno delle relazioni umane, che risponde a una necessità spesso incomprensibile per gli adulti. Il genitore, grazie alla sua capacità empatica, può fare sacrifici consapevoli che possono essere anche parziali, e che sono però sempre soggetti a forme di conflittualità; il bambino, invece, fa scelte radicali inconsapevoli di cui qualche volta è difficile comprendere l’origine. Se una madre, per esempio, è depressa, il bambino sceglierà di starle accanto senza saperne spiegare il motivo, anche se questo comporterà una buona dose di malessere e la rinuncia a parti vitali di sé.

 L’ascolto del bambino non può esaurirsi nell’ascolto delle sue ragioni coscienti perché spesso, e ciò dipende ovviamente dall’età, non è in grado di raccontare una storia coerente delle proprie vicende interne e non sa differenziarle da quelle dei suoi genitori. La richiesta di scelta che troppo precocemente e in condizioni non adatte i genitori fanno ai figli, più che essere un aiuto ad affrontare la sofferenza e a trovare strategie risolutive sembra concretizzarsi in un aut aut che rischia di far provare al bambino la preoccupazione di diventare orfano di uno dei due genitori. D’altra parte, se è vero che la vergogna è uno dei sentimenti più penosi per il bambino, è comprensibile che il bambino tenterà di difendersi con tutte le sue forze da possibili intrusioni dall’esterno che rischierebbero di mettere a nudo le inadeguatezze della propria famiglia. Nonostante l’ormai ampia diffusione di separazioni i bambini mostrano sempre una certa reticenza a parlare della propria situazione, per paura della diversità, e quindi spesso è la separazione stessa ad essere tenuta nascosta, per il senso di vergogna che genera.

Le valutazioni psicologiche del bambino generalmente avvengono in periodi di forti tensioni in famiglia e vengono affrontate con uno stato di profonda angoscia. Il terrore di dire qualcosa che farà condannare uno dei suoi genitori, o lo allontanerà per sempre dalla propria vita, costituiscono infatti per il bambino temi difficilmente affrontabili, e ancor meno elaborabili.

Alla luce delle considerazioni fatte fino ad ora sarebbe auspicabile la richiesta di una psicoterapia di coppia per aiutare i coniugi a separarsi senza strumentalizzare eccessivamente i figli rimandando le decisioni finali a momenti di maggiore collaborazione. La richiesta di un lavoro di coppia può apparire inaccettabile al momento della separazione, anche se è proprio in questi momenti che si rende necessario un lavoro psicologico. Iniziative di questo tipo potrebbero diventare un utile strumento per sostenere i genitori senza dover responsabilizzare i figli, consentendo piuttosto una protezione del minore che passi attraverso una vera collaborazione tra adulti.

Bibliografia:

– Di Renzo M., Ruffa M.L. , “Il bambino tra separazioni possibili e impossibili”. Relazione presentata al convegno “Affidamento condiviso: una conquista, una responsabilità”, Caltanissetta 24 giugno 2006