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LA FIGURA DI FRANCO BASAGLIA
Franco Basaglia, nato a Venezia nel
1924, era uno psichiatra conosciuto per la battaglia condotta,
negli anni '70, volta a chiudere l'orrenda istituzione
manicomiale.
Conseguita la maturità classica proseguì
gli studi iscrivendosi alla facoltà di Medicina e Chirurgia
dell'Università di Padova. Nel periodo universitario si dedicò
ai classici della filosofia: Sartre, Merleau-Ponty, Husserl,
Heidegger. Si laureò nel 1949 e nel 1953 si specializzò in
Malattie nervose e mentali. Nel 1958 lavorò all'Università
di Padova, come assistente presso la Clinica di malattie nervose
e mentali ed ottenne la libera docenza in Psichiatria. Per le
sue idee innovative e rivoluzionarie Basaglia non venne bene
accolto in ambito accademico e nel 1961 decise di rinunciare
alla carriera universitaria e di trasferirsi a Gorizia.
Fu direttore dal 1961 dell' dell'Ospedale
Psichiatrico di Gorizia dove ebbe un forte impatto con la
realtà manicomiale: venivano applicate la massima segregazione
dei malati mentali, la confisca dei loro beni, la camicia di
forza e l'elettroshock. Basaglia sosteneva che "Un malato
di mente entra nel manicomio come persona per diventare una
cosa. Il malato, prima di tutto, è una persona e come tale
deve essere considerata e curata (...). Noi siamo qui per
dimenticare di essere psichiatri e per ricordare di essere
persone".
Basaglia applicò un moderno metodo
terapeutico consistente nel
non considerare più il malato
mentale come un individuo pericoloso ma, al
contrario, devono essere sottolineate, anziché represse, le sue
qualità umane. Il malato deve, di conseguenza, essere in
continui rapporti con il mondo esterno, gli deve essere permesso
di dedicarsi al lavoro e al mantenimento dei rapporti umani.
Il movimento in prima linea per la chiusura dei manicomi fu
quello dell'antipsichiatria, movimento contrapposto per idee,
soluzioni e spiegazioni della malattia mentale alla psichiatria
tradizionale. Basaglia si avvicinò così all'antipsichiatria,
una corrente di pensiero sorta in Inghilterra nel quadro della
contestazione e dei fermenti rivoluzionari del 1968.
L’esclusione del "malato mentale" veniva vista voluta da un
sistema politico convinto di poter negare ed annullare le
proprie contraddizioni allontanandole da sé, rifiutandone la
dialettica, per potersi riconoscere ideologicamente come una
società senza contraddizioni.
Per il
trattamento dei casi singoli Basaglia riconosceva
validi gli interventi di ordine psicoterapico e quelli
politico-sociologici che avevano il compito di suscitare
nel malato la presa di coscienza dell’origine della propria
sofferenza.
La rivoluzione iniziò a Gorizia dove il
manicomio fu profondamente trasformato tramite l'eliminazione di
qualsiasi tipo di cura o contenimento e l'apertura dei cancelli,
per dar luogo alla "comunità terapeutica"; i pazienti tornavano
ad essere uomini, ovvero persone in crisi.
Diceva Basaglia: "Una cosa é considerare il problema una crisi,
e una cosa é considerarlo una diagnosi, perché la diagnosi é un
oggetto, la crisi é una soggettività" ed ancora:
"La follia é una condizione umana. In noi la follia esiste ed é
presente come lo é la ragione. Il problema é che la società ,
per dirsi civile, dovrebbe accettare tanto la ragione quanto la
follia, invece incarica una scienza, la psichiatria, di tradurre
la follia in malattia allo scopo di eliminarla. Il manicomio ha
qui la sua ragion d' essere".
Nel 1969 troviamo Basaglia all'ospedale di
Colorno a
Parma e due anni dopo direttore del manicomio
San Giovanni di
Trieste; é il periodo, dove sono ancora caldi i fermenti del
1968, che precede la chiusura dei manicomi e la promulgazione
della legge di riforma psichiatrica.
Basaglia a Trieste rivoluzionò l'ospedale
psichiatrico avviando laboratori di pittura e di teatro. Venne
formata anche una cooperativa di pazienti che iniziavano a
svolgere lavori riconosciuti e retribuiti. Nel 1973 Trieste
venne designata "zona pilota" per l'Italia nella ricerca dell'Oms
sui servizi di salute mentale. Tutt'oggi i servizi di Trieste
propongono come slogan il motto "La
libertà è terapeutica".
Nel medesimo anno gli psichiatri che
identificarono le loro idee in Basaglia si coalizzarono in
Psichiatria
democratica, un movimento tutt'ora esistente ed
attivo nelle audizioni parlamentari. Nel gennaio 1977 nel corso
di una conferenza stampa Franco Basaglia e Michele Zanetti,
presidente della Provincia di Trieste, annunciarono la chiusura
dell'ospedale psichiatrico
San Giovanni.
L’anno seguente, il 13 maggio 1978, fu
promulgata in Parlamento la legge di riforma psichiatrica, L. n.180/78.
Secondo Basaglia il movimento di
Psichiatria democratica
doveva andare oltre la chiusura dei manicomi ed affrontare quel
disagio sociale attraverso il quale miseria, indigenza,
tossicodipendenza, emarginazione, delinquenza, conducono alla
follia. Nel novembre del 1979 Basaglia lasciò la direzione di
Trieste e si trasferì a Roma, dove assunse l'incarico di
coordinatore dei servizi psichiatrici della Regione Lazio.
Nell'agosto del 1980 Basaglia morì nella
sua casa a Venezia, dopo una lunga malattia.
La
legge 180, alla quale Basaglia ha dato il nome, é
buona nell'impalcatura e nell'intento di chiudere
definitivamente il manicomio, si basa però su teorie oggi
considerate obsolete e superate, come ad esempio il doppio
legame, la negazione della diagnosi, l'idea fallita di poter
curare senza ricorrere all'uso dei farmaci e persino la mancata
promessa di cura e risultati.
Infatti, il trattamento della malattia
mentale non può risolversi esclusivamente con interventi di tipo
sociale; negli ultimi anni si parla di una serie di cause (multifattorialità ) biologiche, sociali, genetiche ed
ereditarie legate più o meno all'ambiente. Conseguentemente,
alla luce di questi nuovi approcci, a seguito di studi,
accadimenti e nuovi modelli terapeutici
la legge 180 é ancor oggi
oggetto di discussione.
Secondo numerose associazioni di familiari
va migliorata, mantenendone fermi i principi antimanicomialisti
e il riferimento al territorio come luogo principale di cura e
accoglimento della persona affetta da disturbo mentale.
fonte:
FrancoBasaglia.it
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