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La
Depressione secondo il modello Interpersonale
Dall’intervista, per Tele 37, della
Dr.ssa Annamaria Loiacono, Analista Didatta e
Supervisore dell’Istituto di
Psicoterapia Analitica “Harry Stack Sullivan” di Firenze
La
natura dei sentimenti che prova una persona depressa è uno stato
emozionale associato a sentimenti di infelicità, di disperazione
(proprio nel senso di perdita della capacità di sperare), di
mancanza d’iniziativa e mancanza di risorse. Inoltre, troviamo
sentimenti di autoaccusa, di autosvalutazione, un globale sentirsi
cattivi che si accompagna, spesso, a sentimenti di torpore
emozionale, accompagnato talvolta da un rallentamento psicomotorio.
La
psicogenesi della Depressione è stata largamente studiata e viene
attualmente concepita come il risultato di sentimenti di colpa
accompagnati da rabbia e ambivalenza riguardo ad esperienze di
perdita. Minore considerazione invece è stata data al ruolo che la
vergogna può giocare all’origine della Depressione.
Questa
è una concettualizzazione tipicamente interpersonale: non è tanto il
sentirsi colpevoli ad essere alla base del senso di incapacità ed
inutilità che attanaglia la persona depressa, quanto soprattutto il
vergognarsi della propria inadeguatezza, di aver disatteso grandi
aspettative, di umiliazioni e/o traumi subiti.
Mi
preme qui sottolineare che oggi vi parlerò della Depressione da un
punto di vista psicodinamico, interessandomi quindi ai fattori
psicologici dell’eziologia e della terapia della Depressione.
Sappiamo, infatti, che questi possono non essere gli unici
responsabili di ogni caso di Depressione, che spesso è consigliabile
se non addirittura irrinunciabile il supporto della terapia
farmacologia, ma riteniamo che comunque di tali fattori, di quelli
psicologici appunto, si debba sempre tenere conto se non vogliamo
accontentarci di una guarigione sintomatica e superficiale che può
dar luogo a una ricaduta in qualsiasi momento.
Il
sentimento diffuso di Depressione inizia a volte in modo piuttosto
acuto e drammatico, altre volte in modo lento e insidioso. Il
paziente ha generalmente avuto attacchi di Depressione precedenti
che, a causa della loro lieve intensità, sono passati inosservati o
sono stati considerati dal paziente stesso e dalla sua famiglia come
normali variazioni dell’umore, per esempio perché si è verificato un
evento spiacevole, come la morte di una persona cara o altro.
Tuttavia, passato un certo periodo di tempo, il sentimento di
infelicità invece che attenuarsi si intensifica: il paziente lamenta
di non riuscire più a pensare liberamente, si sente incapace di
lavorare, non riesce a mangiare, dorme poche ore per notte. Spesso
troviamo nella Depressione un certo grado di intransigenza, di
severità di giudizio verso se stessi che con facilità sfocia in una
vera e propria autocondanna. Ma mentre la colpa comporta un tipo di
biasimo, di condanna focalizzati su di una specifica azione o su un
evento, la vergogna porta alla svalutazione globale e alla condanna
dell’intera persona da cui risulta la paralisi emozionale e
comportamentale che noi chiamiamo Depressione.
I
giudizi sulla vergogna tendono ad essere di natura molto più globale
di quelli sulla colpa. E’ ancora più doloroso percepire la propria
vergogna in relazione a ciò di cui ci sentiamo colpevoli ed in
relazione a quanto ci sentiamo inadeguati, di quanto non sia il
sentirsi schiacciati dai propri giudizi autosvalutativi. La vergogna
ed il vergognarsi dovrebbero essere riconosciuti più pienamente come
causa centrale della Depressione.
Perciò
potremmo dire che nella Depressione siamo davanti ad un paradosso,
“il paradosso di una parte del Sé che sta eseguendo un intervento
chirurgico, un’amputazione, su un’altra sua parte, in modo tale che
il Sé che prova vergogna sia totalmente e permanentemente tagliato
fuori, splittato, ed espulso dal Sé giudicante” (Tomkins).
Tale
operazione chirurgica di tipo psichico descrive il concetto di
dissociazione che è un concetto centrale della Psicoanalisi
Interpersonale, ovvero qualcosa che trova posto fuori, o quasi
fuori, della consapevolezza conscia. Nella Depressione troviamo
spesso un rapido inizio, talvolta apparentemente sembra venire fuori
dal nulla, all’improvviso, e questo può essere attribuito
all’effetto della dissociazione. Lo sviluppo spesso rapido del senso
di paralisi e di vuoto come risposta al divenire sempre più
vergognosi è il risultato di un processo dissociativo. Sentirsi
profondamente pieni di vergogna è un’esperienza insopportabile di
umiliazione, di mortificazione, sentimenti che vengono velocemente
dissociati dalla consapevolezza. Tale dissociazione è un’operazione
di sicurezza, quasi del tutto inconscia, che ha il fine di
proteggere il più possibile un certo grado di coesione del Sé, dando
inizio alla Depressione: per sfuggire al senso di panico e al dolore
provocati dal sentirsi umiliati la persona passa, tramite
dissociazione, da uno stato di vitalità emozionale ad uno stato di
totale distacco emozionale da cui deriva la caratteristica
esperienza depressiva di vuoto. In realtà questa grande operazione
difensiva si rivela alla fine come una vittoria di Pirro, poiché
l’esperienza di disconnessione dalla vitalità della vita emotiva
causa un nuovo dolore mentale che è, sì, differente dal dolore
provocato dalla vergogna ma non meno difficoltoso da sopportare.
Questa
disconnessione emozionale deriva dalla perdita del Sé. La persona
depressa baratta attraverso questo splittamento, questo tagliar
fuori dalla consapevolezza, tramite la dissociazione insomma,
baratta la catena di eventi che collega al forte senso di
umiliazione e vergogna con un senso globale di sentirsi
emozionalmente morti. Ciò porta ad una vera e propria perdita del
Sé, al suo annichilimento, giacché per ciascuna persona avere un
proprio senso del Sé dipende interamente dal sentire di poter avere
libero accesso a tutta la gamma di sentimenti umanamente possibili,
come poter vedere tutti i colori del prisma invece di essere
confinati soltanto nel range dei colori dal grigio al nero. Desidero
sottolineare che ciò che chiamiamo Depressione si riferisce al
residuo stato del Sé, reso intorpidito, anestetizzato, insensibile,
che deriva dalla vergogna dissociata.
Il
concetto di dissociazione si è sviluppato dal recente interesse per
la comprensione del trauma. Come già Ferenczi nel ’32 affermava,
possiamo comprendere il trauma come un’esperienza che non può essere
contenuta nella mente conscia e viene quindi dissociata nella sua
totalità, andando ad esistere altrove nella mente, come uno stato
del Sé non integrato e sconsolato. Alcuni sopravvissuti al trauma
possono essere capaci di vivere le loro vite, ma hanno dentro come
un bambino ferito, come stato del loro Sé, che aspetta di essere
toccato, capito, consolato e alleviato dalle miserie che sopporta.
Non è
solo l’esperienza traumatica inflitta da un altro che produce questa
reazione a catena dal trauma, alla dissociazione, alla Depressione.
Ci sono altre esperienze meno violente che possono attivare la
stessa reazione a catena, come certi tipi di giudizi che possono
causare una ferita, un’offesa altrettanto profonda al Sé, come per
esempio la condanna spietata e il rifiuto quando grandi aspettative
vengono disattese. Un Sé viene indotto a sentirsi traumatizzato
psicologicamente quando ha un sistema di valori gonfiato da
“grandiose aspettative” per cui non può, non riesce ad accettare o
tollerare l’inadeguatezza umana e il possibile fallimento davanti
alle esigenze della vita.
La
vergogna può salire improvvisa a seguito di una risposta non
adeguata, quando cioè l’imperfezione non viene sperimentata come
un’opportunità per comprendere ma come una deformità e questo può
succedere, per esempio, per l’atteggiamento critico dei familiari
oppure per risposte rifiutanti e scioccanti. Un tale circolo vizioso
svilupperà nel bambino una sorta di enfasi verso situazioni perfette
e verso aspettative grandiose con tutte le conseguenze di tale
sviluppo patologico sulle capacità di autodeterminazione e
creatività. Un’intensa esperienza di vergogna nell’infanzia è spesso
causa di un’immagine del Sé gravemente svalutata che va a far parte
di stati del Sé dissociati e perciò non disponibili per la
costruzione di un’autentica e vitale identità. Un Sé che mantiene il
suo equilibrio in un delicato bilanciamento tra stati del Sé che
nascondono la vergogna e un senso di superiorità conscia sarà
sicuramente molto vulnerabile alla Depressione.
Il
trattamento di questo genere di Depressione spesso implica
innanzitutto l’occuparsi della nostra difficoltà culturale ad
accettare il fallimento e la perdita come normali aspetti della
vita, accettare che l’immagine di un’infanzia felice con genitori
amorosi e una casa accogliente è un ideale culturale e non è mai una
norma statistica né un diritto umano inalienabile.
In
più, molte delle resistenze nel trattamento della Depressione si
basano sulla paura di essere malgiudicati o peggio di essere
condannati perché deboli. Il trattamento della Depressione da
vergogna richiede un approccio psicoanalitico nel senso dell’aiutare
il paziente a vedere che i suoi disturbi consci non raccontano
l’intera storia perché la Depressione in se stessa è solo un
problema secondario, anche se un terribile problema. Il paziente in
definitiva dovrà sapere che la Depressione sta coprendo
un’innominabile ed insopportabile sofferenza che si è generata in
conseguenza ad una ferita, spesso collegata all’aver provato
vergogna ed all’essere stati umiliati in un periodo della vita in
cui si era molto vulnerabili.
Il
trattamento comporta l’occuparsi delle intense resistenze che il
paziente ha nel riconoscere aspetti rinnegati e dissociati di
esperienze infantili o adolescenziali come parti del Sé. Il paziente
può diventare gradualmente capace di riconoscere che rimproverando,
biasimando e incolpando sé e gli altri bloccherà la via verso la
verità ed in definitiva intensificherà i sentimenti di vergogna.
Bertrand Russel, nella sua autobiografia, ricorda l’atmosfera fredda
e senza amore nella quale venne allevato: per tutta la sua
adolescenza egli pensò spesso a suicidarsi ma sopravvisse per
condurre una vita lunga e produttiva. Egli scrisse, rievocando
l’epoca in cui aveva 15 anni: “Vi era un sentiero che, passando
attraverso i campi, portava a New Southgate ed io vi andavo spesso
da solo a guardare il tramonto e pensare al suicidio. Tuttavia non
mi suicidai perché desideravo conoscere meglio la matematica”.
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