La Depressione secondo il modello Interpersonale

La natura dei sentimenti che prova una persona depressa è uno stato emozionale associato a sentimenti di infelicità, di disperazione (proprio nel senso di perdita della capacità di sperare), di mancanza d’iniziativa e mancanza di risorse. Inoltre, troviamo sentimenti di autoaccusa, di autosvalutazione, un globale sentirsi cattivi che si accompagna, spesso, a sentimenti di torpore emozionale, accompagnato talvolta da un rallentamento psicomotorio.

La psicogenesi della Depressione è stata largamente studiata e viene attualmente concepita come il risultato di sentimenti di colpa accompagnati da rabbia e ambivalenza riguardo ad esperienze di perdita. Minore considerazione invece è stata data al ruolo che la vergogna può giocare all’origine della Depressione. Questa è una concettualizzazione tipicamente interpersonale: non è tanto il sentirsi colpevoli ad essere alla base del senso di incapacità ed inutilità che attanaglia la persona depressa, quanto soprattutto il vergognarsi della propria inadeguatezza, di aver disatteso grandi aspettative, di umiliazioni e/o traumi subiti.

Mi preme qui sottolineare che oggi vi parlerò della Depressione da un punto di vista psicodinamico, interessandomi quindi ai fattori psicologici dell’eziologia e della terapia della Depressione. Sappiamo, infatti, che questi possono non essere gli unici responsabili di ogni caso di Depressione, che spesso è consigliabile se non addirittura irrinunciabile il supporto della terapia farmacologia, ma riteniamo che comunque di tali fattori, di quelli psicologici appunto, si debba sempre tenere conto se non vogliamo accontentarci di una guarigione sintomatica e superficiale che può dar luogo a una ricaduta in qualsiasi momento. Il sentimento diffuso di Depressione inizia a volte in modo piuttosto acuto e drammatico, altre volte in modo lento e insidioso. Il paziente ha generalmente avuto attacchi di Depressione precedenti che, a causa della loro lieve intensità, sono passati inosservati o sono stati considerati dal paziente stesso e dalla sua famiglia come normali variazioni dell’umore, per esempio perché si è verificato un evento spiacevole, come la morte di una persona cara o altro. Tuttavia, passato un certo periodo di tempo, il sentimento di infelicità invece che attenuarsi si intensifica: il paziente lamenta di non riuscire più a pensare liberamente, si sente incapace di lavorare, non riesce a mangiare, dorme poche ore per notte. Spesso troviamo nella Depressione un certo grado di intransigenza, di severità di giudizio verso se stessi che con facilità sfocia in una vera e propria autocondanna. Ma mentre la colpa comporta un tipo di biasimo, di condanna focalizzati su di una specifica azione o su un evento, la vergogna porta alla svalutazione globale e alla condanna dell’intera persona da cui risulta la paralisi emozionale e comportamentale che noi chiamiamo Depressione. I giudizi sulla vergogna tendono ad essere di natura molto più globale di quelli sulla colpa. E’ ancora più doloroso percepire la propria vergogna in relazione a ciò di cui ci sentiamo colpevoli ed in relazione a quanto ci sentiamo inadeguati, di quanto non sia il sentirsi schiacciati dai propri giudizi autosvalutativi. La vergogna ed il vergognarsi dovrebbero essere riconosciuti più pienamente come causa centrale della Depressione.

Perciò potremmo dire che nella Depressione siamo davanti ad un paradosso, “il paradosso di una parte del Sé che sta eseguendo un intervento chirurgico, un’amputazione, su un’altra sua parte, in modo tale che il Sé che prova vergogna sia totalmente e permanentemente tagliato fuori, splittato, ed espulso dal Sé giudicante” (Tomkins). Tale operazione chirurgica di tipo psichico descrive il concetto di dissociazione che è un concetto centrale della Psicoanalisi Interpersonale, ovvero qualcosa che trova posto fuori, o quasi fuori, della consapevolezza conscia. Nella Depressione troviamo spesso un rapido inizio, talvolta apparentemente sembra venire fuori dal nulla, all’improvviso, e questo può essere attribuito all’effetto della dissociazione. Lo sviluppo spesso rapido del senso di paralisi e di vuoto come risposta al divenire sempre più vergognosi è il risultato di un processo dissociativo. Sentirsi profondamente pieni di vergogna è un’esperienza insopportabile di umiliazione, di mortificazione, sentimenti che vengono velocemente dissociati dalla consapevolezza. Tale dissociazione è un’operazione di sicurezza, quasi del tutto inconscia, che ha il fine di proteggere il più possibile un certo grado di coesione del Sé, dando inizio alla Depressione: per sfuggire al senso di panico e al dolore provocati dal sentirsi umiliati la persona passa, tramite dissociazione, da uno stato di vitalità emozionale ad uno stato di totale distacco emozionale da cui deriva la caratteristica esperienza depressiva di vuoto. In realtà questa grande operazione difensiva si rivela alla fine come una vittoria di Pirro, poiché l’esperienza di disconnessione dalla vitalità della vita emotiva causa un nuovo dolore mentale che è, sì, differente dal dolore provocato dalla vergogna ma non meno difficoltoso da sopportare.

Questa disconnessione emozionale deriva dalla perdita del Sé. La persona depressa baratta attraverso questo splittamento, questo tagliar fuori dalla consapevolezza, tramite la dissociazione insomma, baratta la catena di eventi che collega al forte senso di umiliazione e vergogna con un senso globale di sentirsi emozionalmente morti. Ciò porta ad una vera e propria perdita del Sé, al suo annichilimento, giacché per ciascuna persona avere un proprio senso del Sé dipende interamente dal sentire di poter avere libero accesso a tutta la gamma di sentimenti umanamente possibili, come poter vedere tutti i colori del prisma invece di essere confinati soltanto nel range dei colori dal grigio al nero. Desidero sottolineare che ciò che chiamiamo Depressione si riferisce al residuo stato del Sé, reso intorpidito, anestetizzato, insensibile, che deriva dalla vergogna dissociata. Il concetto di dissociazione si è sviluppato dal recente interesse per la comprensione del trauma. Come già Ferenczi nel ’32 affermava, possiamo comprendere il trauma come un’esperienza che non può essere contenuta nella mente conscia e viene quindi dissociata nella sua totalità, andando ad esistere altrove nella mente, come uno stato del Sé non integrato e sconsolato. Alcuni sopravvissuti al trauma possono essere capaci di vivere le loro vite, ma hanno dentro come un bambino ferito, come stato del loro Sé, che aspetta di essere toccato, capito, consolato e alleviato dalle miserie che sopporta. Non è solo l’esperienza traumatica inflitta da un altro che produce questa reazione a catena dal trauma, alla dissociazione, alla Depressione. Ci sono altre esperienze meno violente che possono attivare la stessa reazione a catena, come certi tipi di giudizi che possono causare una ferita, un’offesa altrettanto profonda al Sé, come per esempio la condanna spietata e il rifiuto quando grandi aspettative vengono disattese. Un Sé viene indotto a sentirsi traumatizzato psicologicamente quando ha un sistema di valori gonfiato da “grandiose aspettative” per cui non può, non riesce ad accettare o tollerare l’inadeguatezza umana e il possibile fallimento davanti alle esigenze della vita.

La vergogna può salire improvvisa a seguito di una risposta non adeguata, quando cioè l’imperfezione non viene sperimentata come un’opportunità per comprendere ma come una deformità e questo può succedere, per esempio, per l’atteggiamento critico dei familiari oppure per risposte rifiutanti e scioccanti. Un tale circolo vizioso svilupperà nel bambino una sorta di enfasi verso situazioni perfette e verso aspettative grandiose con tutte le conseguenze di tale sviluppo patologico sulle capacità di autodeterminazione e creatività. Un’intensa esperienza di vergogna nell’infanzia è spesso causa di un’immagine del Sé gravemente svalutata che va a far parte di stati del Sé dissociati e perciò non disponibili per la costruzione di un’autentica e vitale identità. Un Sé che mantiene il suo equilibrio in un delicato bilanciamento tra stati del Sé che nascondono la vergogna e un senso di superiorità conscia sarà sicuramente molto vulnerabile alla Depressione. Il trattamento di questo genere di Depressione spesso implica innanzitutto l’occuparsi della nostra difficoltà culturale ad accettare il fallimento e la perdita come normali aspetti della vita, accettare che l’immagine di un’infanzia felice con genitori amorosi e una casa accogliente è un ideale culturale e non è mai una norma statistica né un diritto umano inalienabile.

In più, molte delle resistenze nel trattamento della Depressione si basano sulla paura di essere malgiudicati o peggio di essere condannati perché deboli. Il trattamento della Depressione da vergogna richiede un approccio psicoanalitico nel senso dell’aiutare il paziente a vedere che i suoi disturbi consci non raccontano l’intera storia perché la Depressione in se stessa è solo un problema secondario, anche se un terribile problema. Il paziente in definitiva dovrà sapere che la Depressione sta coprendo un’innominabile ed insopportabile sofferenza che si è generata in conseguenza ad una ferita, spesso collegata all’aver provato vergogna ed all’essere stati umiliati in un periodo della vita in cui si era molto vulnerabili.

Il trattamento comporta l’occuparsi delle intense resistenze che il paziente ha nel riconoscere aspetti rinnegati e dissociati di esperienze infantili o adolescenziali come parti del Sé. Il paziente può diventare gradualmente capace di riconoscere che rimproverando, biasimando e incolpando sé e gli altri bloccherà la via verso la verità ed in definitiva intensificherà i sentimenti di vergogna. Bertrand Russel, nella sua autobiografia, ricorda l’atmosfera fredda e senza amore nella quale venne allevato: per tutta la sua adolescenza egli pensò spesso a suicidarsi ma sopravvisse per condurre una vita lunga e produttiva. Egli scrisse, rievocando l’epoca in cui aveva 15 anni: “Vi era un sentiero che, passando attraverso i campi, portava a New Southgate ed io vi andavo spesso da solo a guardare il tramonto e pensare al suicidio. Tuttavia non mi suicidai perché desideravo conoscere meglio la matematica”.

Questo articolo è tratto dall’intervista, per Tele 37, alla Dott.ssa Annamaria Loiacono, Docente, Analista con funzione di Training e Supervisore dell’Istituto di Psicoterapia Analitica H.S. Sullivan (I.P.A.)