Un percorso visualizzato:

dal Sé intrapsichico al Sé relazionale


Home Page  Chi sono, il mio Curriculum  |  Aree Tematiche  |  Lo stato dell'arte  |  Articoli  |  Test Psicologici  |  Contatti & Reperibilità  |  Domande & Risposte  |  Links  |  Eventi  I

 

 
 

Un percorso visualizzato: dal Sé intrapsichico al Sé relazionale
 

L'Io ha un versante intrapsichico ed uno interpersonale, come un continuum tra intrapsichico e interpersonale. Sappiamo che il Sé è meta rispetto all'Io. Ne discende che anche il Sé è un continuum tra versante intrapsichico e versante interpersonale.

Nel modello della psicologia del Sé il punto centrale è quello dell’oggetto-Sé: una persona vive un’altra persona come parte di sé in modo funzionale, procedendo lungo un percorso di sviluppo che va dall’arcaico al maturo. Per sostenere il Sé, una relazione con un oggetto-Sé maturo, è necessaria una relazione infantile. Non possiamo mai liberarci dal bisogno di oggetti-Sé; l’indipendenza che possiamo raggiungere non prescinde mai da essi, ma è piuttosto un’indipendenza che possiede una capacità matura di utilizzarli. La psicologia del Sé afferma che per potersi impegnare in un conflitto è necessario aver raggiunto un livello evolutivo corrispondente a una certa integrità personale.

La costituzione di un Sé ben integrato non preclude ferite narcisistiche future, conflitti psicologici e sociali che potranno essere indotti dalle successive vicissitudini della vita. Tuttavia le relazioni fra il Sé in fase di strutturazione e gli oggetti-Sé genitoriali restano determinanti: la formazione di un «Sé coesivo», come tappa conclusiva e integrata delle strutture, dipende non tanto dalle intenzioni pedagogiche dei genitori quanto dalla qualità delle loro relazioni (rispecchianti, ideali, gemellari) con il figlio, che orienterà in modo decisivo le sue future possibilità di aver fiducia in sé stesso, di porsi mete e di realizzarle in armonia con i suoi ideali.

“Se i genitori non hanno problemi (...) se, in altre parole, la fiducia in se stessi dei genitori è solida, essi risponderanno con accettazione all'orgoglioso esibizionismo del Sé fiorente del loro bambino. Lo stesso vale per i nostri ideali. Per quanto grande sia il nostro disappunto quando scopriamo le limitazioni e le debolezze degli oggetti-Sé idealizzati della nostra vita infantile,  la loro fiducia in sé stessi che ci offrivano quando eravamo bambini, la loro sicurezza quando ci consentivano di fondere i nostri Sé angosciati con la loro tranquillità  - con le loro voci calme o con la nostra vicinanza ai loro corpi rilassati  quando ci tenevano in braccio -  sarà da noi conservata come nucleo della forza dei nostri ideali fondamentali e della calma che sperimentiamo nel vivere la nostra vita sotto la guida dei nostri obiettivi interiori” (Kohut e Wolf 1978, p. 178).

  •  In Adolescenza

Adolescenza come periodo contrassegnato dall'integrazione psichica del corpo sessuato e quindi dell'orientamento sessuale adulto, con tutto ciò che ne consegue sotto forma di rielaborazione dell'edipo e di evoluzione delle istanze costitutive dell'apparato psichico (sistema Io/Sé, Super-Io e ideale dell'Io). Freud è ricorso al concetto di posteriorità che riguarda il rapporto di tempo che intercorre tra un'esperienza vissuta e il senso che essa assume nella mente del soggetto. E' soltanto in adolescenza che si raggiunge la simultaneità dei due processi: l'esperienza si carica di senso e come tale dovrà essere integrata nel Sé.

L'adolescente, oscillando continuamente fra gli estremi del conflitto dipendenza – autonomia, si trova a vivere il paradosso che ciò di cui ha maggiormente bisogno è sentito come la maggiore minaccia alla sua autonomia. "La minaccia all'autonomia narcisistica rappresentata dal risveglio del bisogno dell'oggetto si può estendere facilmente al bisogno stesso, vale a dire, alle sue origini pulsionali. Il bisogno non è più percepito come emergenza del desiderio proprio del soggetto e come arricchimento potenziale dell'Io, ma come una minaccia. Il soggetto si sente quindi dipendente dall'oggetto di soddisfacimento, il che lo conduce a trattare i desideri e le pulsioni come oggetti esterni e ad applicare nei loro confronti le stesse misure difensive" (Jeammet 2001, 13).

Il corpo vissuto come oggetto contemporaneamente esterno ed interno, contenitore e contenuto, non ancora pienamente assimilabile al Sé, come scena su cui rappresentare concretamente quella relazione sé-oggetto ancora scarsamente differenziata sul piano psichico.

Dal momento che la rappresentazione sé-oggetto è ancora confusa, l'adolescente deve ricorrere all'aggressione per collocare l'oggetto al di fuori dell'area del Sé. Gli è necessaria quest'evidenza percettiva per poter differenziare e in seguito interiorizzare e integrare le rappresentazioni separate sé-oggetto.

"La violenza libera le tensioni interne del Sé che minacciano di straripare, mentre allo stesso tempo permette di controllare l'oggetto soppiantandolo e liberando il Sé dalla sua influenza. Ogni atto di violenza rinforza i confini  tra Sé e l'oggetto. Le percosse sono un buon esempio. Quando colpisci qualcuno, non solo lo tocchi, ma ti differenzi da lui e ti opponi a lui. Una percossa crea contatto mentre simultaneamente nega il bisogno di contatto" (Jeammet 2001, 14).

D'altra parte, siccome il corpo, come abbiamo detto, rappresenta concretamente la relazione, l'adolescente oscillerà tra aggressione rivolta all'esterno e aggressione portata al proprio corpo. Anche questo è un modo di separarsi: l'attacco diretto al proprio corpo è anche un attacco sferrato all'altro perché lasci la presa.

Normalmente l'adolescenza dovrebbe essere il periodo in cui la relazione con se stessi si differenzia dalla relazione con l'oggetto, come risultato della lunga dialettica precedente fra legami e distacchi, tra investimenti narcisistici e investimenti oggettuali. Questo processo dovrebbe raggiungere, al termine dell'adolescenza, una sua conclusione, anche se non definitiva. Quando invece il processo di sviluppo si blocca, le difese si costituiscono in altrettanti tratti di carattere che siglano l'incompiutezza, l'immaturità, la disarmonia del Sé. Si tratta di quelle adolescenze interminabili che in certe persone possono diventare egosintoniche, strutturarsi come falso-Sé al punto da essere spacciate come un'identità vera e propria, se non addirittura come un vanto di eterna giovinezza. 

“Bisogna che il fiume trovi una diga, formi dei vortici, trascini via con sé ciò che lo circonda per misurare la forza del suo flusso, scavare il proprio letto e correre verso il mare integrando i nuovi ostacoli, le figure edipiche che lo arricchiranno, in maniera forse dolorosa ma senz’altro necessaria.

Se, al contrario, la diga viene aggirata o semplicemente sostituita da una divisione del corso delle acque, queste si riducono, si esauriscono sterilmente oppure si scindono e si perdono rumorosamente.” (Evelyne Kestemberg, 1980)

  •  Dentro e fuori: la disgregazione

L’Io in formazione si divide in un Io socialmente adattato, ma non autentico, ed un Io destrutturato, costituito da fantasie traumatiche (senza contatti con la realtà, dunque delirante): l’Io-fittizio e l’Io-delirio sono appunto i risultati di un processo di scissione nell’Io attivato da un vissuto altamente traumatico. Quando la recita sociale diviene impossibile per la pressione dell’ambiente, ecco che la persona non può che giocare l’unica seconda carta di cui è fatto: il delirio. Si destruttura la maschera sociale, la mente del soggetto si pone al servizio del materiale onirico, che viene agito, fino all’esaurimento della spinta energetica, nella vita di veglia.
D’un tratto le persone e le cose diventano immense, anonime, ritagliate nel vuoto e senza rapporto fra loro; lo spazio è illimitato e l’angoscia lo invade. Questo fenomeno è caratterizzato dalla mancanza di relazione fra gli oggetti, dall’impressione di immensità e di finzione cinematografica. Questa bizzarra percezione della realtà è la forma intellettuale della perdita della sintesi dell’Io: lo squilibrio fra l’assimilazione della realtà al proprio Io e l’adattamento a questa aumenta progressivamente tanto che la persona non ha più coscienza della sua soggettività. Non potendo prendere coscienza delle sue impressioni interiori la persona le proietta nel mondo esterno che si trasforma in funzione dell’Io. Le pulsioni primarie spaventano l’Io che non è più in grado di fare loro fronte e, nella sua debolezza, utilizza il meccanismo difensivo della proiezione.

Il delirio comporta una perdita dei confini dell'Io, l’incapacità di distinguere tra ciò che é dentro e ciò che é fuori e la capacità di giudizio della realtà é compromessa.

“…Qua il tempo si ferma mentre fuori tutto si muove troppo velocemente, in modo normale…c’è uno scarto tra noi e la gente là fuori, tra il nostro tempo ed il loro, uno scarto che a fatica siamo chiamati a colmare per sentirci normali, faremo mai parte di un tempo normale?…Sguardi indagatori entrano dentro di me percorrendomi dal di fuori…”(Sara)

Bibliografia
  • Birraux A. (1993), L'adolescente e il suo corpo, Borla, Roma;

  • Jeammet Ph. (2001), Il collegamento tra realtà interna ed esterna nell'impostazione del setting terapeutico per adolescenti con disturbi gravi del comportamento, Psicoterapia e Scienze Umane, 35, 2, 5-34;

  • Orange D.M. (1999), Intersoggettività e lavoro clinico, Cortina Editore, Milano;

  • Paparo F., La preadolescenza e la psicologia del Sé, in La preadolescenza, 1° Simposio Nazionale Prato 16-17 Maggio 1997, Nuova Toscana Editore, Campi Bisenzio;

  • Rothstein A. (1996), Modelli della mente, Bollati Boringhieri, Torino;

  • Sechehaye A. (2000), Diario di una schizofrenica, Giunti Editore, Firenze.          

 
 

Torna ad inizio pagina


Ultimo aggiornamento pagina:   25-06-2011

Copyright © 2008 [feat Marius Web Project ®]. Tutti i diritti riservati.

Sito ottimizzato per una risoluzione dello schermo: 1024 x 768 pixel