Un percorso
visualizzato: dal Sé intrapsichico al Sé relazionale
L'Io ha un versante intrapsichico ed uno
interpersonale, come un continuum tra intrapsichico e
interpersonale. Sappiamo che il Sé è meta rispetto all'Io. Ne
discende che anche il Sé è un continuum tra versante
intrapsichico e versante interpersonale.
Nel modello della psicologia del Sé il punto
centrale è quello dell’oggetto-Sé: una persona vive un’altra
persona come parte di sé in modo funzionale, procedendo lungo un
percorso di sviluppo che va dall’arcaico al maturo. Per
sostenere il Sé, una relazione con un oggetto-Sé maturo, è
necessaria una relazione infantile. Non possiamo mai liberarci
dal bisogno di oggetti-Sé; l’indipendenza che possiamo
raggiungere non prescinde mai da essi, ma è piuttosto
un’indipendenza che possiede una capacità matura di utilizzarli.
La psicologia del Sé afferma che per potersi impegnare in un
conflitto è necessario aver raggiunto un livello evolutivo
corrispondente a una certa integrità personale.
La costituzione di un Sé ben
integrato non preclude ferite narcisistiche future, conflitti
psicologici e sociali che potranno essere indotti dalle
successive vicissitudini della vita. Tuttavia le relazioni fra
il Sé in fase di strutturazione e gli oggetti-Sé genitoriali
restano determinanti: la formazione di un «Sé coesivo», come
tappa conclusiva e integrata delle strutture, dipende non tanto
dalle intenzioni pedagogiche dei genitori quanto dalla qualità
delle loro relazioni (rispecchianti, ideali, gemellari) con il
figlio, che orienterà in modo decisivo le sue future possibilità
di aver fiducia in sé stesso, di porsi mete e di realizzarle in
armonia con i suoi ideali.
“Se i genitori non hanno
problemi (...) se, in altre parole, la fiducia in se stessi dei
genitori è solida, essi risponderanno con accettazione
all'orgoglioso esibizionismo del Sé fiorente del loro bambino.
Lo stesso vale per i nostri ideali. Per quanto grande sia il
nostro disappunto quando scopriamo le limitazioni e le debolezze
degli oggetti-Sé idealizzati della nostra vita infantile, la
loro fiducia in sé stessi che ci offrivano quando eravamo
bambini, la loro sicurezza quando ci consentivano di fondere i
nostri Sé angosciati con la loro tranquillità - con le loro
voci calme o con la nostra vicinanza ai loro corpi rilassati
quando ci tenevano in braccio - sarà da noi conservata come
nucleo della forza dei nostri ideali fondamentali e della calma
che sperimentiamo nel vivere la nostra vita sotto la guida dei
nostri obiettivi interiori” (Kohut e Wolf 1978, p. 178).
Adolescenza come periodo contrassegnato
dall'integrazione psichica del corpo sessuato e quindi
dell'orientamento sessuale adulto, con tutto ciò che ne consegue
sotto forma di rielaborazione dell'edipo e di evoluzione delle
istanze costitutive dell'apparato psichico (sistema Io/Sé,
Super-Io e ideale dell'Io). Freud è ricorso al concetto di
posteriorità che riguarda il rapporto di tempo che intercorre
tra un'esperienza vissuta e il senso che essa assume nella mente
del soggetto. E' soltanto in adolescenza che si raggiunge la
simultaneità dei due processi: l'esperienza si carica di senso e
come tale dovrà essere integrata nel Sé.
L'adolescente, oscillando
continuamente fra gli estremi del conflitto dipendenza –
autonomia, si trova a vivere il paradosso che ciò di cui ha
maggiormente bisogno è sentito come la maggiore minaccia alla
sua autonomia. "La minaccia all'autonomia narcisistica
rappresentata dal risveglio del bisogno dell'oggetto si può
estendere facilmente al bisogno stesso, vale a dire, alle sue
origini pulsionali. Il bisogno non è più percepito come
emergenza del desiderio proprio del soggetto e come
arricchimento potenziale dell'Io, ma come una minaccia. Il
soggetto si sente quindi dipendente dall'oggetto di
soddisfacimento, il che lo conduce a trattare i desideri e le
pulsioni come oggetti esterni e ad applicare nei loro confronti
le stesse misure difensive" (Jeammet 2001, 13).
Il corpo vissuto come oggetto
contemporaneamente esterno ed interno, contenitore e contenuto,
non ancora pienamente assimilabile al Sé, come scena su cui
rappresentare concretamente quella relazione sé-oggetto ancora
scarsamente differenziata sul piano psichico.
Dal momento che la
rappresentazione sé-oggetto è ancora confusa, l'adolescente deve
ricorrere all'aggressione per collocare l'oggetto al di fuori
dell'area del Sé. Gli è necessaria quest'evidenza percettiva per
poter differenziare e in seguito interiorizzare e integrare le
rappresentazioni separate sé-oggetto.
"La violenza libera le tensioni
interne del Sé che minacciano di straripare, mentre allo stesso
tempo permette di controllare l'oggetto soppiantandolo e
liberando il Sé dalla sua influenza. Ogni atto di violenza
rinforza i confini tra Sé e l'oggetto. Le percosse sono un buon
esempio. Quando colpisci qualcuno, non solo lo tocchi, ma ti
differenzi da lui e ti opponi a lui. Una percossa crea contatto
mentre simultaneamente nega il bisogno di contatto" (Jeammet
2001, 14).
D'altra parte, siccome il corpo,
come abbiamo detto, rappresenta concretamente la relazione,
l'adolescente oscillerà tra aggressione rivolta all'esterno e
aggressione portata al proprio corpo. Anche questo è un modo di
separarsi: l'attacco diretto al proprio corpo è anche un attacco
sferrato all'altro perché lasci la presa.
Normalmente l'adolescenza dovrebbe essere il
periodo in cui la relazione con se stessi si differenzia dalla
relazione con l'oggetto, come risultato della lunga dialettica
precedente fra legami e distacchi, tra investimenti narcisistici
e investimenti oggettuali. Questo processo dovrebbe raggiungere,
al termine dell'adolescenza, una sua conclusione, anche se non
definitiva. Quando invece il processo di sviluppo si blocca, le
difese si costituiscono in altrettanti tratti di carattere che
siglano l'incompiutezza, l'immaturità, la disarmonia del Sé. Si
tratta di quelle adolescenze interminabili che in certe persone
possono diventare egosintoniche, strutturarsi come falso-Sé al
punto da essere spacciate come un'identità vera e propria, se
non addirittura come un vanto di eterna giovinezza.
“Bisogna che il fiume trovi una
diga, formi dei vortici, trascini via con sé ciò che lo circonda
per misurare la forza del suo flusso, scavare il proprio letto e
correre verso il mare integrando i nuovi ostacoli, le figure
edipiche che lo arricchiranno, in maniera forse dolorosa ma
senz’altro necessaria.
Se, al contrario, la diga viene
aggirata o semplicemente sostituita da una divisione del corso
delle acque, queste si riducono, si esauriscono sterilmente
oppure si scindono e si perdono rumorosamente.” (Evelyne
Kestemberg, 1980)
L’Io in formazione si divide in un Io
socialmente adattato, ma non autentico, ed un Io destrutturato,
costituito da fantasie traumatiche (senza contatti con la
realtà, dunque delirante): l’Io-fittizio e l’Io-delirio sono
appunto i risultati di un processo di scissione nell’Io attivato
da un vissuto altamente traumatico. Quando la recita sociale
diviene impossibile per la pressione dell’ambiente, ecco che la
persona non può che giocare l’unica seconda carta di cui è
fatto: il delirio. Si destruttura la maschera sociale, la mente
del soggetto si pone al servizio del materiale onirico, che
viene agito, fino all’esaurimento della spinta energetica, nella
vita di veglia.
D’un tratto le persone e le cose diventano immense, anonime,
ritagliate nel vuoto e senza rapporto fra loro; lo spazio è
illimitato e l’angoscia lo invade. Questo fenomeno è
caratterizzato dalla mancanza di relazione fra gli oggetti,
dall’impressione di immensità e di finzione cinematografica.
Questa bizzarra percezione della realtà è la forma intellettuale
della perdita della sintesi dell’Io: lo squilibrio fra
l’assimilazione della realtà al proprio Io e l’adattamento a
questa aumenta progressivamente tanto che la persona non ha più
coscienza della sua soggettività. Non potendo prendere coscienza
delle sue impressioni interiori la persona le proietta nel mondo
esterno che si trasforma in funzione dell’Io. Le pulsioni
primarie spaventano l’Io che non è più in grado di fare loro
fronte e, nella sua debolezza, utilizza il meccanismo difensivo
della proiezione.
Il delirio comporta una perdita dei
confini dell'Io, l’incapacità di distinguere tra ciò che é
dentro e ciò che é fuori e la capacità di giudizio della realtà
é compromessa.
“…Qua il tempo si ferma mentre fuori
tutto si muove troppo velocemente, in modo normale…c’è uno
scarto tra noi e la gente là fuori, tra il nostro tempo ed il
loro, uno scarto che a fatica siamo chiamati a colmare per
sentirci normali, faremo mai parte di un tempo normale?…Sguardi
indagatori entrano dentro di me percorrendomi dal di
fuori…”(Sara)
Bibliografia
-
Birraux A. (1993), L'adolescente e il suo corpo, Borla, Roma;
-
Jeammet Ph. (2001), Il collegamento tra realtà interna ed
esterna nell'impostazione del setting terapeutico per
adolescenti con disturbi gravi del comportamento, Psicoterapia
e Scienze Umane, 35, 2, 5-34;
-
Orange D.M. (1999), Intersoggettività e lavoro clinico,
Cortina Editore, Milano;
-
Paparo F., La preadolescenza e la psicologia del Sé, in La
preadolescenza, 1° Simposio Nazionale Prato 16-17 Maggio 1997,
Nuova Toscana Editore, Campi Bisenzio;
-
Rothstein A. (1996), Modelli della mente, Bollati Boringhieri,
Torino;
-
Sechehaye A. (2000), Diario di una schizofrenica, Giunti
Editore, Firenze.
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